“Il pugilato mi ha insegnato a non barare, soprattutto con me stesso, ad essere uomo”. Il pugile, maratoneta, scalatore e lottatore spoletino si racconta
di Alessio Cao
(DMN) Spoleto- Ci accoglie con un sorriso e con la sua indomabile simpatia Cristiano Bonacci, uno degli sportivi più conosciuti ed amati del nostro territorio. Un grande cuore quello di Cristiano, lavoratore instancabile e soprattutto atleta dalle mille risorse, in grado di gareggiare in più sport con risultati sempre d’eccellenza. Spirito di sacrificio, tenacia, voglia di allenarsi e di far bene sono le doti non comuni di questo pugile, maratoneta, scalatore e lottatore spoletino.
Cristiano raccontaci, come entra il pugilato nella tua vita? Quando inizi ad appassionarti alla nobile arte?
Il pugilato entra nella mia vita quando avevo poco più di 14 anni. Da ragazzino ero un po’ una testa calda, un vivace, sempre in mezzo a qualche litigio. A scuola incontrai il nipote del grande Dante Burli che chiacchierando mi disse di andare in palestra. Così, venerdì 19 settembre del 1997 iniziai questo sport in quello che era il sottoscala dello stadio di Spoleto. Credo che quelli furono gli anni più belli.
Gli anni d’oro alla Boxe Spoleto sono costellati di vittorie sia tra i dilettanti che tra i professionisti. Raccontaci i tuoi traguardi.
Fui attratto immediatamente da quell’ambiente, Dante era una gran persona.
Ci allenavamo li, io e pochi altri, tutti i giorni sempre.
Sei mesi dopo feci il mio primo incontro da dilettante. Allora c’erano i novizi A e quell’anno feci 12 incontri. Arrivai in finale ai campionati italiani con un verdetto di sconfitta che ancora brucia poi, da novizio, passai agli juniores. Diverse convocazioni in nazionale Junior, altra finale ai campionati italiani, poi il passaggio tra i “grandi”, dilettanti 2 serie e dopo diversi match, con gente forte, arrivai in finale ai campionati italiani ancora, la 3 volta, persi in finale.
Da lì ai 1 serie appena ventenne. Arrivai ai campionati italiani e quell’anno fui l’unico pugile a vincere tutti gli incontri di eliminatoria prima del limite. Persi in semifinale agli assoluti e ne conseguì la decisione di passare professionista.
Chiusi il dilettantismo con 46 incontri di cui 28 vittorie 8 pari e 10 sconfitte, diverse che ancora bruciano e soprattutto ingiuste.
Perché diventare professionista? Cosa cambia nell’approccio al pugilato e perchè hai abbandonato?
Passai professionista perché era il mio sogno. Ovviamente il mio “stile” di pugilato si addiceva di più al professionismo, una sorta di “pressing e demolizione” un costante avanzare.
Da professionista cambiano i tempi, molto più lunghi e soprattutto i guanti in allenamento, nonché i cazzotti, molto molto più duri. Fui nominato sfidante ufficiale al titolo italiano, ma purtroppo alla vigilia, un brutto incidente mi fece restare fermo per diverso tempo. Seguirono due operazioni al gomito, che non mi impedirono di trovare gli “ingredienti” giusti. Uno dei migliori ortopedici al mondo, un gran fisioterapista e soprattutto tanta, tanta voglia di ritornare, nonostante molte persone mi voltarono le spalle. Così dopo un anno e mezzo tornai a combattere, fino al titolo internazionale wbf.
Persi con un grande pugile quella sera. Indipendentemente dal risultato, indipendentemente da tutto, quella sera finì anche la mia passione per il pugilato.
Ero stufo di chi “mi stava vicino”, stufo di tutto. Non ne ho mai voluto più sentir parlare, da quella sera il pugilato per me era finito.
Chiusi il professionismo con 10 incontri, 9 vittorie di cui 7 prima del limite e 1 sconfitta.
Sappiamo che conservi nel tuo gran cuore un ricordo vivido e denso del pugilato e del Maestro Dante Burli. Raccontaci le tue emozioni e qualcosa di lui.
Credo che il pugilato sia una dedizione, un sacrificio costante, un immergersi totalmente, una passione sconvolgente che ti porta, oltre a prendere cazzotti, a saperli incassare e spesso, nonostante facciano male, a continuare ad andare avanti ugualmente.
Gli incontri si vincono perché dai più cazzotti di quelli che prendi, ma spesso, nonostante ne dai di più, quelli presi fanno male.
Il pugilato mi ha insegnato a non barare, soprattutto con me stesso, ad essere uomo.
Chiede tanto, sacrifici, rinunce, guerre con la bilancia, ma le emozioni te le porti dietro per tutta la vita.
Con Dante ho condiviso i primi anni. Mi ricordo che andavo a prenderlo tutte le sere a casa e lo portavo in palestra, ne ricevevo mille ricordi, milioni di chiacchiere, un sacco di consigli. Quelli furono sicuramente gli anni più belli col pugilato.
Dopo la boxe ti sei dedicato alla corsa. Che tipo di gare hai fatto? Traguardi conseguiti?
Chiuso con il pugilato mi sono immerso nella corsa. Migliaia i km fatti.
In poco più di un anno ho fatto circa 100 di gare, 7 maratone e 3 ultra, cui 3 in un solo mese.
Tanti i trail corsi in mezzo alle montagne. Andavo forte in salita, ma poi in discesa recuperano tutti.
Feci un secondo posto a un trail nelle Marche e 4° al trail di Vallinfreda, a detta di tanti uno dei trail più impegnativi. 4 ° anche al trail della Vena di Gesso in Romagna, 7° all’ecomaratona dei Marsi.
Ogni volta mi piazzavo bene in gara. Correre è una libertà, in mezzo alle montagne lo è ancora di più.
La tua passione per le attività sportive è instancabile, sappiamo che ora ti dedichi alla lotta. Che tipo? Gareggi?
Un caro amico mi fece conoscere il brasilian Jiu-jitsu.
Da lì la scoperta di un mondo nuovo. Io ottuso, sempre e solo convinto che le arti marziali fossero robetta. Invece il Jiu-jitsu ti eleva, quasi in un altra dimensione. Sono 8 anni che pratico costantemente, ora sono arrivato alla cintura viola e ho fatto un sacco di gare. Ho vinto due volte il campionato italiano master no gi e sono arrivato in finale. Un secondo posto agli europei no gi da blu master. Insomma mi diverto lottando.
Il Jiu-jitsu è veramente bello, divertente e tremendamente efficace, in più ti mantiene attivo, diventa una filosofia di vita.
Ovviamente condivido il tutto con la passione recente per la montagna Li è l’estremo della mia libertà, sensazioni uniche.
Raccontaci la tua nuova passione: la montagna. Da dove nasce? Scalate prestigiose in vista?
La passione per la montagna è nata dall’alba sul monte Vettore, prima volta in montagna in assoluto, poi il pensiero va a tutti i 4000 saliti. L’alba sul Monte Bianco, raggiunta proprio nel giorno del mio compleanno, vetta improvvisata, chiamata da un amico con “condizioni ottime Cri, saliamo” senza essere acclimatamento via, una tirata infernale per arrivare in cima dal des cosmiques. Un volo dentro ad un crepaccio nel salire il Mont Blanc du Tacul, il mitico Dent du Geant e la sua parete. La montagna è la massima forma di libertà, forse in alto si vedono meglio le cose. Ma per me il suo significato profondo rimane sempre l’essere libero.
Sinceramente, mi piacerebbe riuscire a salire più montagne possibile, ovviamente tra i miei pensieri c’è qualcosa di grande e chissà, magari riuscirò a regalarmela più in avanti.
Sogno ancora, sogno ancora di correre a lungo, lottare, forse è con la fatica che mi sento vivo.
Forse è proprio quando si “tribola” che mi sento in pace con me stesso.
Il panorama dello sport spoletino è in difficoltà, problemi di sede per la storica Boxe Spoleto, squadra di calcio che fallisce, pallavolo non più ai fasti del passato. Da sportivo secondo te cosa manca ora alla nostra città per tornare grande in questo ambito?
Secondo me oggi lo sport è fatto per pochi, molto probabilmente perché c’è poca voglia di soffrire, allenarsi, fare una vita sacrificata.
Spoleto poi non offre oggi una gran motivazione, nonostante la città abbia avuto in passato tutti i mezzi e gli elementi necessari.
Saluta Spoleto e i tuoi tifosi di sempre come preferisci.
Il mio saluto va a tutte e quelle persone che mi hanno visto combattere, che si sono appassionate allo sport seguendomi.
Ciao Spoleto.
A tutto gas!!!




































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